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l’insonnia

30 Gennaio 2017 3 commenti

(vedere anche il mio articolo il cervello, questo sconosciuto visibile in Archivi dello 02.09.2008).

DUMAS ED IL SONNO
accenniamo ad alcune caratteristiche del sonno. La regolazione sonno/veglia è affidata all’ipotalamo (per la sua collocazione nel cervello vedere figura 1), che secerne l’orexina (od oresssina, dal greco “òrexis” = appetito per la sua azione stomachica, cioè stimolante dell’appetito. Un altro nome è quello di  ipocretina (cioè prodotta dall’ipotalamo ed alquanto analoga alla secretina intestinale). Questo neurotrasmettitore peptidico, tramite le connessioni con tutto il cervello e con il midollo spinale, regola il ritmo sonno/veglia ed anche l’appetito. Per questa seconda attività vedere in Archivi il mio articolo le cause dell’obesità del 27 agosto 2011. In esso, nella figura LA CHIMICA DELL’OBESITÀ, è possibile osservare anche rappresentazioni
 delle strutture spaziali dei due tipi in cui l’orexina si presenta (la A e la B). La deficienza di orexina è la causa prima di una malattia, la narcolessia, caratterizzata dai colpi di sonno che nelle persone affette dal disturbo si verificano ogni 2-3 ore accompagnati da riduzione del tono muscolare. Nella narcolessia il sistema immunitario attacca le cellule nervose produttrici di orexina ed il sonno risulta scompaginato.
Una seconda sostanza, la melatonina, formula in figura 1, prodotta nel cervello dall’epifisi o ghandola pineale, determina il periodo della giornata in cui bisogna dormire: la sua concentrazione raggiunge il massimo vita le 2 e le 4 di notte. Essa non è un vero e proprio ormone perché, a differenza di quest’ultimo, non è prodotta solo dalla pineale, ma anche dalla ipofisi, dalla tiroide e dalle gonadi, e non esiste un fattore per il  suo rilascio.  Vedere la posizione dell’epifisi nel cervello in figura 1 nell’immagine EPIFISI PRODUTTRICE, etc. La melatonina viene sintetizzata dall’organismo a partire dall’amminoacido triptofano (struttura ancora n figura 1). Il sonno normale è costituito da due fasi: il sonno rem che si alterna con il sonno non rem. Nelle 8 ore in cui generalmente si dorme in gioventù esso dà luogo a 4-5 cicli, come illustrato in figura 1 nell’immagine ESEMPIO DI CICLI, etc. Il sonno rem , chiamato così a causa del movimento oculare rapido, in inglese rapid eye movement, o nistagmo, è caratterizzato dai sogni e dalla variazione della pressione arteriosa nonché da irregolarità della respirazione.

La funzione del sonno, oltre a ridare energia a tutte le cellule dell’organismo, fortifica la memoria. Si sa per esempio che durante il sonno i dati della memoria a breve termine sono trasferiti nella memoria a lungo termine. Inoltre tutti ricordiamo che, quando andavamo a scuola, alla sera non riuscivamo a ripetere la poesia da imparare a memoria, ma vi riuscivamo al mattino dopo “avervi dormito su”. Gli scienziati dicono che al mattino, dopo di aver dormito, abbaiamo meno sinapsi che la sera prima del sonno. Ciò vuol dire che abbiamo eliminato connessioni meno importanti. Inoltre è durante il sonno che si produce più leptina, l’ormone che dà il senso della sazietà. Un buon sonno combatte infine i dolori, ad esempio il mal di schiena, e favorisce le terapie.

Molti anziani si lamentano del fatto che le ore di sonno sono diminuite fortemente rispetto ad alcuni anni prima. Non sanno che è una cosa fisiologica. Mentre un ragazzo di 10-13 anni dorme in media 10 ore al giorno, un uomo a 50 anni ne dorme 7 ed a 90 anni 5,7. Almeno così si pensava finora. Ma un serio studio effettuato su oltre 700 anziani pubblicato sul Journal of Gerontology ha dimostrato che tutti dormivano nel corso della giornata più o meno 7 ore, come stabilito da un actigrafo (sensore da polso funzionante da registratore dei movimenti), ma il sonno era costellato da microrisvegli, perdendo di qualità, per cui le persone spesso avevano la sensazione di dormire un tempo minore di quello indicato dall’apparecchio. Insomnia Symptoms and Actigraph-Estimated Sleep Characteristics in a Nationally Representative Sample of Older Adults.htm

Ma non è da pensare che esista una quota di ore di sonno rigorosamente fissa per ogni età. Anche se in contrasto con il Journal of Gerontology che ha trovato le 7 ore per tutti gli anziani, ci sono casi rari di cosiddetti “brevi dormitori” che hanno bisogno di meno ore di sonno per star bene durante la veglia. Ma, attenzione, sono quelli che in condizioni soporifere si addormentano più facilmente. Tra di essi si ricorda Michelangelo Buonarroti (quattro ore di sonno per notte) e Thomas Edison (tre ore per notte). Ma la genialità non sembra legata alla lunghezza del sonno: Albert Einstein e Leonardo da Vinci dormivano dieci ore, Bil Gates dorme almeno sette ore.               

Un rimedio molto diffuso tra gli anziani che spesso funziona, quando le ore di sonno notturno percepite sono inferiori a 5-6 e c’è sonnolenza diurna, è l’uso della melatonina, la sostanza favorente il sonno già riportata (vedere in figura 1 ANDAMENTO, etc.). Ne è sconsigliato l’uso massiccio e prolungato perché si potrebbero avere effetti collaterali su fegato e reni. La melatonona fa diminuire anche il livello di testosterone e di conseguenza la libido. Se ne impiegano normalmente 5 mg giornalieri per bocca  da assumere 3-4 ore prima di coricarsi, per 4 settimane. Assunta per lunghi periodi può avere effetti depressivi.     Nelle farmacie si trovano anche compresse da 1 mg.                                                                     
Ma se la melatonina non ha effetto, cosa si fa? Si può ricorrere alla valeriana (vedere in figura 2 VALERIANA OFFICINALIS). In commercio si trovano compresse da 300 mg che non richiedono prescrizione medica. Si può usare anche la radice tritata della pianta, che però ha un odore sgradevole, per farne degli infusi. Possiede proprietà sedative e calmanti, favorendo il sonno. La sua azione è determinata dagli esteri degli acidi valerianici (figura 2) e dagli iridoidi in essa presenti (vederne un rappresentante pure in figura 2) che inibiscono una transammiasi preposta alla demolizione del neurotrasmettitore GABA  (gamma amminobutirrato) induttore del sonno. Anche alcuni terpeni e flavonoidi presenti nella valeriana sembra agiscano da agonisti dei recettori dell’adenosina (gli stessi che vengono inibiti dalla caffeina) che spieghrebbero l’azione spasmolitica della valeriana a livello intestinale e riducente della pressione arteriosa.
Se la valeriana non è sufficiente a farci prendere sonno, si può ricorrere alle benzodiazepine, da usare però con cautela per periodi non lunghi (2-4 settimane compreso il periodo di sospensione graduale), soprattutto perché danno dipendenza . Una delle diazepine oggi più usate è il lormetazepam o metil-lorazepam (Minias della Bayer). Un flacone di detto medicinale contiene 20 ml corrispondenti a 500 gocce. Un paziente anziano dovrebbe non superare le 5-10 gocce al giorno per 4 settimane, scalando per altre 4 settimane, per cui il flacone dev’essere sufficiente per tutta la durata della cura.            Sonniferi, occhio alla goccia, focus, gennaio 2013, 45. Vedere nella figura 3 allegata MINIAS.

                                        figura   3  
Come indicato nel mio articolo la malattia di Alzheimer visibile in Archivi del 3 dicembre 2016, gli ansiolitici con assunzione protratta favorirebbero l’Alzheimer. Se l’insonnia è lieve, non è utile l’uso di questi ansiolitici tra cui figurano appunto le benzodiazepine, classe di prodotti usati dai pazienti con problemi di sonno derivati dall’ansia. (Chimicamente, la terminazione “epine”deriva dal greco “epta” per indicare l’anello a 7 termini e da “ina”, suffisso  caratteristico degli eterociclici insaturi).      
Nei casi più gravi si è obbligati ad usarle, ma con cautela. Vale cioè quanto scritto in il cervello, questo sconosciuto: per  i malati con forme depressive gravi in cui è notevole la differenza tra un farmaco favorente la serotonina, come il Prozac, ed il placebo, non lo è quando la depressione è lieve. (È forse utile ricordare che ansia e depressione sono diverse tra di loro e piuttosto difficili da definire, ma si può dire che l’ansioso ha principalmente paura del futuro, mentre il depresso ha paura soprattutto dell’oggi.
Fermiamoci un po’ a  considerare il meccanismo di azione delle benzodiazepine. È il GABA che viene tenuto in vita più a lungo. Vedere in figura 3 LE BENZODIAZEPINE FACILITANO IL LEGAMME CON GABA, etc. Il GABA é una molecola  con una speciale caratteristica: far decrescere la comunicazione tra i neuroni e di conseguenza di calmare l’effetto di molte funzioni cerebrali.
Un altro gruppo di molecole ansiolitiche è quello delle nonbezodiazepine lavoranti sui medesimi recettori delle benzodiazepine, come lo  zolpidem (formula in figura 3). 
Ma, a mio modesto parere, è necessario prima di ogni altra cosa trovare la maniera per vivere una vita senza stress.
Un metodo semplicistico per prendere sonno proposto da un medico di Harward, Andrew Weil, consiste nell’inspirare per 4 secondi,  trattenere il respiro per 7 secondi ed espirare per 8 secondi. Provare per credere. Non penso però che l’esito dell’esperimento sia positivo per tutti.  , ecco il metodo per addormentarsi in 57 secondi.htm.
Altro espediente: se non riusciamo a dormire, alziamoci dal letto e facciamo qualcosa che ci fa allontanare dalle preoccupazioni, come guardare la televisione o sentire della musica. Ricordare inoltre che fare esercizi fisici prima di andare a letto è, a parere degli esperti, dannoso per il sonno.
La camomilla, il noto rimedio della nonna, è utile per chi soffre di disturbi digestivi.

Da qualche parte si sente dire pure che mangiare mandarini prima di andare a letto rende il sonno più facile. È anche in vendita un olio da essi estratto che sembra efficace.
C’è anche da vedere se per caso l’insonnia non derivi da un uso eccessivo del computer.      
Bisogna non indulgere alla mancanza di sonno: una mancanza di sonno prolungata per una settimana disattiva la funzionalità di centinaia di geni, ivi inclusi quelli interessati ad immunità, stress, infiammazioni, come espone l’articolo Lack of sleep can trigger obesity and heart disease – Health – DNA.htm.
 
Un consumo costante di pesce,preferibilmente quello cosiddetto azzurro, praticamente esente da mercurio e diossine, che dà all’organismo un apporto notevole di vitamina D e di acidi omega 3, favorisce il sonno, regolarizzando l’HRV (heart rate variability, intervallo di tempo tra un battito cardiaco e l’altro), ottimizzando i livelli di idrossivitamina D nel siero, di acido  eicosapentaenoic (EPA) e di acido docosahexaenoico (DHA,) nei globuli rossi.  (Per le formule di struttura di queste molecole vedere figura 4).
Il nostro cervello non si ferma mai. Anche durante il sonno percepisce parole.
È per questo che il silenzio assoluto è necessario per combattere l’insonnia.
Spesso il sonno interrotto con susseguente difficoltà a riaddormentarsi è dovuto ai cattivi sogni, a loro volta frutto di cene pesanti. In certi casi i brutti sogni, caratterizzati da violenze, si ripetono spesso costituendo il cosiddetto disturbo comportamentale del sonno REM. È opportuno in questi casi fare una video-polisonnografia e procedere con opportune terapie se il dfisturbo è accertato.  Il disturbo comportamentale che si verifica durante il sonno rem è una forma caratteristica di parasonnia. Quest’ultima è una più ampia patologia che abbraccia anche il sonno non rem (si ha soprattutto nei bambini con paure, sonnambulismo, etc.). Il disturbo comportamentale è tipico delle persone anziane e può sfociare nella malattia di Alzheimer od in quella di Parkinson. Durante i sogni, che vengono vissuti come una realtà, queste persone possono cadere e finanche aggredire un congiunto. In entrambe le parasonnie ovviamente il sonno rigeneratore è pregiudicato.
Talvolta l’insonnia è successiva al risveglio provocato da apnee notturne. Nelle apnee vi è generalmente una ben definita causa: quando si inspira l’aria i muscoli della faringe possono rilassarsi del tutto per cui il condotto si chiude. È stato ora inventato un dispositivo molto efficiente detto CPAP (Continuous Positive Airway Pressure) erogante aria alla pressione prescritta che evita il fenomeno determinando un respiro normale. soluzione è Soluzioni per dormire respirando bene.doc

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IL CERVELLO, QUESTO SCONOSCIUTO

2 Settembre 2008 6 commenti

sorpresa! Il Prozac (vedi figura aa sinistra in basso), già usato da milioni di persone, tra cui anche i soldati sui fronti di guerra, non è più il toccasana per gli ammalati di depressione (febbraio 2008). Il New England Journal of Medicine rivela che molti studi sepolti negli archivi della Food and drug Administration hanno rivelato che vari depressivi tra cui il famoso Prozac hanno effetti di poco superiori a quelli di un placebo. Si sa che questo farmaco agisce sul cervello per inibizione del riassorbimento della serotonina, l’ormone che regola l’umore, il sonno, l’appetito ed il sesso. La serotonina si forma dal triptofano, un amminoacido contenuto principalmente nel latte, nelle uova, nei fagioli, nei legumi e nella soia. Ma quanto conosciamo di certo del funzionamento del nostro cervello? Una risposta a questa domanda è ovviamente impossibile per la straordinaria complessità dell’argomento. Ma, se vogliamo fare un discorso semplificativo, possiamo dire che certamente sicure sono le informazioni derivanti dagli studi sui neurotrasmettitori a livello delle sinapsi e quelle derivanti dalla risonanza magnetica funzionale (“MRI”) e dalla tomografia ad emissione di positroni (“Pet”) (vedere sulla figura allegata le sinapsi e le aree attivate di The whole brain Atlas all’indirizzo http://www.med.harvard.edu/AANLIB/home.html)      Keith A. Johnson, M.D – J. Alex Becker, Ph.D.  The Whole Brain Atlas.html .    Il meccanismo dei neurotrasmettitori è il seguente: dalle sinapsi, che sono gli organi di collegamento tra due neuroni, oppure tra un neurone ed una fibra muscolare od una cellula endocrina, vengono secrete in particolari vescicole i neurotrasmettitori, molecole capaci di fuoriuscire quando nel nervo si genera uno stimolo elettrico e capaci di legarsi ai recettori della membrana di un neurone successivo a sua volta collegato ad un nervo che termina ancora con una sinapsi, in grado di ripetere l’operazione. Finita la trasmissione il neurotrasmettitore viene immediatamente riassorbito e distrutto dagli enzimi. Un neurone può essere collegato ad un elevato numero di altri neuroni creando così una rete di contatti straordinariamente fitta. D’altronde, se col cervello possiamo quotidianamente elaborare pensiero, memoria e linguaggio è perché in esso esistono (come ordine di grandezza) 100 miliardi di neuroni aventi 100 milioni di miliardi di sinapsi! Il cervello, costituito dai due emisferi, è la parte più grande dell’encefalo ed è ricoperto dalla sostanza grigia o corteccia, mentre il cervelletto, anch’esso ricoperto da sostanza grigia, è la parte più piccola, posteriore; ma noi indichiamo comunemente con cervello tutta la massa nervosa contenuta nel cranio. Le connessioni si formano anche nella tarda età (cosa che sembrava un’eresia solo 30 anni fa); pertanto è opportuno tenere sempre il cervello in esercizio.Oltre all’esercizio mentale fa aumentare le connessioni anche l’esercizio fisico. La cosa è stata ampiamente documentata da Scott Small della Columbia University di New York su Proceedings of the National Academy of Sciences con l’uso della risonanza magnetica funzionale. Sono stati notati aumenti del numero delle cellule cerebrali nelle zone del cervello interessate (“giro dentato dell’ippocampo”, una formazione dell’ippocampo che contribuisce alla nuova memoria).L’ippocampo, l’amigdala e la corteccia prefrontale sono tre aree cerebrali collegate colla memoria. L’amigdala, in particolare, conserva nel tempo i ricordi a contenuto emozionale. Quando si attiva questo piccolo organo a forma di mandorla si mette in moto una sensazione di paura accompagnata da altre sensazioni, come batticuore, rossore, etc. La corteccia prefontale è la sede dove i contenuti angosciosi della memoria vengono eliminati. Si pensa di trovare medicinali capaci di intervenire in quest’area quando esiste un malfunzionamento, ad es. un enzima in grado di bloccare le proteine della memoria connesse con i ricordi sgradevoli.

 Accanto alla serotonina, interessata nell’ansia e nella depressione, abbiamo la Noradrenalina, una catecolammina (chimicamente derivata da un diidrossibenzene di nome catecolovedere anche figura allegata) secreta principalmente dal surrene e principale neurotrasmettitore delle fibre postgangliari (le fibre che partono dai gangli laterali del midollo spinale e vanno alle cellule effettrici). Per l’inibizione della sua ricaptazione (sul cui significato ci soffermeremo più avanti, ma sostanzialmente trattasi di far arrivare il neurotrasmettitore in maggiore quantità sui neuroni riceventi) esistono i farmaci NARI, che sono selettivi, cioè senza interferenza con altri neurotrasmettitori. Altri ben studiati neurotrasmettitori sono altre due catecolammine, l’adrenalina e la dopammina. L’Adrenalina, vasocostrittore delle arterie viscerali e cutanee, secreta pure principalmente dal surrene, interviene quando l’organismo si trova in condizioni di emergenza e deve affrontare un pericolo. La Dopammina, o 3,4-diidrossifeniletilammina 2(HO)-C6H3-CH2-CH2-NH2, presente in diverse aree del sistema nervoso e particolarmente nella sostanza nera e nelle aree ipotalamiche che innervano l’ipofisi, induce soprattutto vasodilatazione ed aumento della forza di dilatazione cardiaca. Finora avevamo imparato che queste molecole portentose erano implicate in tanti fenomeni, perfino nella memoria, nella sopportazione del dolore, nelle allucinazioni. Sapevamo anche che l’intensità dell’impulso nervoso è regolata dai Neuromodulatori (Neuropeptidi), alla cui categoria appartengono le famose Endorfine, gli oppiodi naturali, e che se eravamo troppo innamorati era perché producevamo troppa serotonina. Ora non si venga a dire che tutto ciò era sbagliato, per cui, tornando al legame tra depressione e serotonina, io penso che esso sia stato studiato abbondantemente in passato e non possano esserci dubbi sull’efficacia del farmaco che impedisce il riassorbimento della serotonina. Il prozac appartiene infatti al gruppo dei farmaci inibitori della ricaptazione SSRI (“Selektive Reuptake Inhibitors”). La ricaptazione può essere capita meglio con un’immagine: Supponiamo che il neurotrasmettitore sia assimilato ad un prezioso materiale trasportato da una barca che passa da una sponda all’altra di un fiume per consegnare il carico in un molo ben definito (il “recettore”). Per evitare la cattura da parte di un predatore rappresentato dalla “monoamminoossidasi” si può richiamre l’inbarcazione al punto di partenza. Questa azione di salvataggio è la ricaptazione. Ma un farmaco come il Prozac può impedire la ricaptazione, permettendo contemporaneamente al prezioso materiale di pervenire al porto di destinazione. — Circa l’entità dell’effetto del Prozac sulla serotonina pare ovvio pensare che esso sia tanto più evidente quanto più l’individuo è depresso. Le statistiche di cui si è parlato, dimostranti l’attività trascurabile del prodotto, a quali individui si riferiscono? Probabilmente le persone reclutate per lo studio non comprendevano molti malati con forme depressive gravi (è infatti notorio che il consenso informato di tali pazienti è più difficile) e la differenza tra farmaco e placebo si è assottigliata. — Quanto sia importante curare le forme gravi di depressione lo dimostra il fatto che i pazienti sofferenti di questo disturbo, in particolare gli anziani, sono soggetti più frequentemente a problemi cardiovascolari, come l’ictus, le fratture, l’Alzheimer.

– Sempre nei riguardi della serotonina, si ritiene che essa riduca i disturbi premestruali delle donne, perché, presumibilmente, ne riduce i fenomeni depressivi. Sulla base di questa correlazione, gli iraniani Agha-Hosseini M, Kashani L, Aleyaseen A, et al. hanno effettuato uno studio, conclusosi poi con una pubblicazione su HerbalGram. 2008, issue 78, p. 33 (è il giornale dello “American Botanical Council”), consistente nel fornire durante il ciclo mestruale (a donne tra 20 e 45 anni con cicli mestruali regolari e con sintomi depressivi durati almeno sei mesi) 15 mg due volte al giorno di zafferano (che avrebbe la proprietà di esaltare l’attività della serotonina), ottenendo un notevole successo in confronto con i risultati di un altro gruppo di donne che avevano assunto un placebo.
 Per il miglioramento delle attività cerebrali in generale sono entrati o stanno entrando in commercio nuovi farmaci sempre basati sulle modificazioni degli equilibri dei neurotrasmettitori, anche se sino ad oggi per molti di essi non si sappia dettagliatamente il meccanismo d’azione. Cito il Metilfenidato (“Ritalin”, a cui corrisponde il nome IUPAC di metil 2-fenil-2-piperidin-2-ilacetate), che, tramite l’aumento dei livelli di Noradrenalina, favorisce l’attenzione, il Modafinil (nome commerciale USA “Provigil” – vedere immagine allegata) già consigliato per la narcolessia, e vari altri “cognitive enhancers”, cioè sostanze indicate come migliorative di funzioni e capacità del cervello, come lo Adderall (avente come sostanza di base l’1-fenilpropan-2-ammina C6H5-CH2-CH(CH3)-NH2, il cui isomero levogiro è l’Amfetammina od Anfetammina). Però questi stimolatori cerebrali, chiamati anche con un’accattivante denominazione “smart drugs”, anche se si dimostrassero molto efficaci, dovrebbero essere usati solo per determinati periodi (per es. quelli degli esami degli studenti) ed in dosi limitate. Si tenga presente infatti che l’Amfetammina è il capostipite di una classe di derivati psicoattivi comprendente la Metamfetammina (la sua forma N-metilata), la MDMA (3,4-metilendiossimetamfetammina, principio attivo dell’Ecstasy) e la Mescalina (3,4,5-trimetossifenetilammina). A proposito dell’Adderall, vorrei aggiungere che esso è somigliantissimo alla vecchia Simpamina, nome commerciale di un preparato avente come sostanza di base la D-1-fenilpropan-2-ammina, l’isomero destrogiro dell’Amfetammina, già usato in passato da generazioni di studenti. Circa il Modafinil, l’ultima moda per rimanere svegli, è da tener presente che non ne sono affatto noti gli effetti a lunga scadenza.

– Altro terreno dubbioso è quello dell’intelligenza. In linea generale, è possibile migliorare l’intelligenza? Sembra proprio di sì’, ma a patto che si impieghino metodi naturali e non forzature, come l’ingestione di certi “smart chemicals”, per i quali esiste poca evidenza sui risultati in termini di memoria ed apprendimento e, soprattutto, di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine. Io sono per i metodi antichi, come la mnemonica, gli esercizi ed il modo di pensare efficiente o, come propone qualcun altro, l’ascoltare musica.

Molte incertezze (ed anche fantasticherie) esistono nella cura dell’insonnia. Vi sono notizie curiose. Per superare il jet lag basterebbe fare una bella bevuta di vino rosso, perché quest’ultimo contiene melatonina, l’ormone che regola il ciclo sonno-veglia. Ma quanta di questa sostanza è contenuta in mezzo litro? Sicuramente quantitativi molto bassi che difficilmente possono agire in modo efficiente sui recettori cerebrali, per cui, secondo il mio punto di vista, la proposta si tradurrebbe solo in una bella sbornia. Rimane però interessante uno studio del Dipartimento di patologia vegetale dell’Università di Milano pubblicato qualche anno fa sul Journal of the Science of Food and Agriculture che dimostra l’esistenza di melatonina in un liquido proveniente da un vegetale, la vite (finora si riteneva che questa sostanza fosse prodotta solo dai mammiferi). Di certo si sa che una delle cause dell’insonnia è data dai cosiddetti “debiti di sonno” (che possono condurre anche ai famigerati “colpi di sonno”).

Andando nella direzione opposta, cosa fare per mantenersi più vigili? Nei cambiamenti di stagione è stato proposto di farsi irradiare per un paio di ore al giorno da una lampada fluorescente da 2500 lux: diminuirebbe la sonnolenza e salirebbe l’umore, perché cambierebbe il rapporto tra la Melatonina (prodotta dalla ghiandola pineale), responsabile del sonno, e la Serotonina (presente nei neuroni di diverse aree del sistema nervoso centrale), il cui ammontare crescerebbe nel corso delle “sedute luminose” fornendo una sferzata di energia all’organismo (da Vivere sani del 22.01.1999). È infatti noto che la formazione della serotonina nel nostro organismo è favorita dalla luce diurna, in particolare quando ci svegliamo al mattino, allorché viene interrotta la produzione di melatonina. Ma in realtà la cura dell’insonnia è difficile perché esistono differenti forme di insonnia (errori di comportamento, patologie neurologiche, depressione, ipertensione, etc). Pertanto occorre prima una diagnosi corretta per scegliere tra la modifica delle abitudini comportamentali e le due categorie di farmaci seguenti: 1) i tranquillanti aventi come bersaglio il recettore GABA (acido gamma amminobutirrico), che possono essere a loro volta benzodiazepinici (ad es. il Triazolam, una triazolobenzodiazepina dal nome chimico ufficiale 8-chloro-6-(o-chlorophenyl)-1-methyl-4H-s-triazolo-(4,3-alpha)(1,4) benzodiazepine), oppure ipnotici non-benzodiazepinici (ad es. lo Zolpidem una N-dimetilacetammide il cui nome è N,N,6-trimethyl-2-(4-methylphenyl)-imidazo(1,2-a)pyridine-3-acetamide 2) gli antidepressivi che hanno come bersaglio i recettori della melatonina e della serotonina. Un’acquisizione importante a proposito dei tranquillanti benzodiazepinici è che essi sono più efficaci quando associati con il Ketoconazole (vedere per esso http://en.citizendium.org/wiki/KetoconazoleKetoconazole – encyclopedia article – Citizendium.htm).Per favorire il sonno è stato proposto recentemente anche l’ormone della crescita che viene rilasciato nel sangue da un altro ormone, il Ghrh (“Growth Hormon-Releasing Hormone”).Voglio aggiungere anche altre molecole connesse con il sonno: le orexine (chiamate così dal greco “orexis”, fame). Sono due neuropeptidi a funzioni omeostatiche (l’omeostasi è la facoltà di autoregolazione degli organi viventi), capaci di regolare l’ingestione dei cibi ed il rapporto sonno-veglia. Le strutture dei due prodotti si possono vedere in 3D scaricandole come .pdb e visualizzandole con il programma RASWIN (sono riportate nella figura allegata come .gif). Sono delle molecole molto interessanti perché la loro carenza determina la sonnolenza diurna. Infatti scienziati della Manchester University hanno pubblicato sulla rivista Neuron del 2006 uno studio indicante che cellule nervose dell’ipotalamo producono tali proteine che potrebbero essere chiamate “dell’allerta” perché la loro carenza produce eccessiva sonnolenza diurna, soprattuto la cosiddetta “pennichella” postprandiale, perché gli zuccheri del cibo impediscono l’attività dei neuroni atti a produrre queste sostanze. Molti sostengono che tale pennichella sia utile per la nostra salute, soprattutto se dura non più di mezz’ora e viene fatta dopo un quarto d’ora dalla fine del pasto stesso. Aiuterebbe anche a ricordare meglio. Il Modafinil, di cui abbiamo fatto cenno in precedenza è in relazione con le orexine, perché pare sia in grado di attivare i neuroni che le producono, anche se nell’azione della sostanza sono probabilmente concomitanti altri meccanismi come l’aumento del livello di dopammina e di noradrenalina. Altre finora impensabili correlazioni delle orexine si sono scoperte qualche anno fa quando uno studio di Antonello Bonci della San Francisco University ha rivelato che questi neuropeptidi ipotalamici inducono la dipendenza alla cocaina, come dimostra uno studio sui topi “cocainomani” (bloccando l’orexina si riduce la dipendenza).

– Un capitolo in cui le conoscenze sulle aree cerebrali implicate ed i meccanismi di azione sono molto avanzate è quello delle Allucinazioni. Le sostanze che le provocano sono gli Allucinogeni, per es. (vedere formule in figura) lo LSD, la Mescalina (3,4,5-trimetossifenetilammina), l’Ecstasy (3,4-metilendiossimetamfetammina o MDMA). Lo LSD, la droga della “beat generation”, fu sintetizzato dal chimico svizzero Albert Hofmann (morto a 102 anni nel marzo 2008) quando studiava l’ergot, un fungo parassita della segala cornuta. Lo scienziato provò su se stesso la droga, ma poi non ne fece mai più uso. Ne è vietato l’uso (tra gli altri effetti può dare crisi maniacali); ma oggi viene riproposto per i malati di cancro terminali. La mescalina, presente nel peyote o peyotl, una cactacea dell’America tropicale, fu usata per secoli nelle funzioni religiose delle popolazioni del luogo. Offre visioni sfolgoranti dopo una sudata ed una nausea iniziali. Agisce (come lo LSD, l’ecstasy, lo MDMA) sui recettori della serotonina. Dell’Ecstasy basta una sola pastiglia per provocare alterazioni dell’ippocampo e, in un caso clamoroso riportato dai giornali, mezza pastiglia ha provocato la morte della giovane promessa dello sci di 19 anni Kristel Marcarini. Gli Allucinogeni sono molto diffusi sia nel mondo animale che vegetale. Il rospo del Colorado (Bufo alvarius) possiede nelle ghiandole paratiroidi, posteriori agli occhi, una concentrazione molto alta di una sostanza allucinogena avente la struttura chimica di 5-metossi-N,N-dimetiltriptammina, la cui struttura si può facilmente scrivere se si tiene presente che la serotonina è una 5-idrossitriptammina. Un gruppo di Allucinogeni proveniente dal mondo vegetale che richiede ulteriori chiarimenti sul suo ruolo fisiologico è quello dei Cannabinoidi, il più importante dei quali è il Tetraidrocannabinolo, indicato comunemente colla sigla THC (vedere la struttura in figura), a cui si devono la maggior parte degli effetti psicotropi dell’hashish (ottenuto dalle infiorescenze della “Cannabis indica”) e della marijuana (ottenuta per essiccamento delle infiorescenze e delle foglie della stessa pianta), cioè euforia, rilassamento, distorsioni di percezione. Oggetti di dibattito sono sia l’uso terapeutico (ad es. per la sclerosi multipla) sia la legalizzazione con regole simili a quelle del tabacco. Alcuni funghi (ad esempio il Panaeolus alcidis) contengono allucinogeni che talvolta sono stati utilizzati dai giovani nei “rave party”, col rischio di gravi intossicazioni.

– I derivati dell’oppio, come Morfina ed Eroina e della coca boliviana (Cocaina cloridrato) indicati sotto il profilo giuridico assieme agli Allucinogeni come Stupefacenti, sono tristemente noti per le loro azioni collaterali. È ben noto che la Cocaina prolunga gli effetti della dopammina sulle cellule cerebrali perché ne impedisce la ricatturazione e quindi ne mantiene alti i livelli. Agli inizi del secolo scorso fu molto usata dagli intellettuali (la usò anche Freud) ed era considerata uno psicostimolante che oltre all’eccitazione produceva anche resistenza alla fatica. In seguito si stabilì una serie di danni oltre che alle cellule cerebrali (necrosi) anche agli organi periferici, in particolare al sistema cardiorespiratorio ed al setto nasale dove la sostanza veniva inspirata. Con l’uso per lunghi periodi la cocaina porta ad un quadro clinico quasi psicotico: è proprio il caso di dire che è un piacere che uccide. Un’overdose porta spesso alla morte. Il Crack è una cocaina chimicamente modificata, fumabile, altrettanto dannosa. Viene ottenuta dal cloridrato di cocaina per trattamento con soda, tirando poi a secco la soluzione e sublimando. Fa un suono schioccante quando viene scaldata per sublimarla: di qui il nome.

– Molte incertezze esistono ovviamente nel campo della psichiatria, principalmente sui moventi dei delitti. È scritto nei geni l’istinto ad uccidere? Cosa c’è nella mente dei serial killer? È vero, come sostiene uno psichiatra di fama, che quasi sempre questi individui sono capaci di intendere e di volere e che hanno scelto di fare il male per puro piacere, soprattutto in combinazione col sesso, con sconfinamento nel sadismo?

bevande, cibi e salute

25 Gennaio 2008 1 commento
Chimica e bevande

Generalmente noi preferiamo le bevande a cui ci siamo abituati sin dall’infanzia; ma esse non sempre sono idonee a conservare una buona salute. Talvolta il richiamo è così forte che ci sembra impossibile farne a meno e c’è qualche studio che parla addirittura di passioni di origine genetica, come nel caso dell’alcool e del caffè. Tuttavia basterebbe talvolta una maggiore attenzione od una maggiore forza d’animo per trarre grandi vantaggi cambiando anche di poco le nostre abitudini. Le correlazioni tra bevande e salute sono ormai così diffuse che è quasi un problema orientarsi. Spesso sembrano contraddittorie, ma in realtà non lo sono, perché sono soltanto più approfondite e quindi più articolate — Gli appassionati della lattina stiano attenti, perché potrebbero vedersi ridurre il livello di colesterolo HDL (quello buono, tanto per intenderci), potrebbero avere pressione più alta del normale ed i trigliceridi fuori norma (conclusione degli studi su oltre 6000 adulti di media età fatti da Ramadachandran Vasan e coll. del Medical Center di Boston – rivista Circulation). Per ora non è ancora chiaro il perché. Chiara è invece l’azione di un conservante delle bibite gassate, il benzoato di sodio C6H5-COONa (E211), che danneggia il DNA del mitocondrio, l’organello della cellula fornitore di energia (studi di Peter Piper dell’Università di Sheffield). Non solo, l’anno scorso fu trovato dalla Food Standard Agency il benzene C6H6 in quattro marche di bibite contenenti benzoato. Il benzene si forma per reazione con la vitamina C (acido ascorbico), altro additivo di tali bibite, ma componente normale del nostro organismo. In presenza di ioni di metalli di transizione, quali il rame bivalente od il ferro trivalente, l’acido ascorbico fornisce idrogeno all’ossigeno atmosferico e forma perossido di idrogeno. Da quest’ultimo lo ione metallico forma il radicale idrossile OH* che è il vero agente decarbossilante del benzoato (vedere Agricultural and Food Chemistry, maggio 1993, volume 41, n. 5) — In attesa di ulteriori studi il consumatore potrebbe scegliere quelle confezioni che hanno il sorbato di sodio (E202), o di potassio, come conservante, invece del benzoato. L’acido sorbico, od acido 2,4-esadienoico, è un prodotto naturale che si rinviene nelle sorbe immature. Questi conservanti sono degli antiossidanti (impediscono gli imbrunimenti) — A proposito di bibite, rammento che l‘additivo E466 (Sodio carbossimetil-cellulosa), aggiunto anche alle aranciate, è un addensante che fu posto sotto osservazione dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per possibili “gravi disturbi intestinali”, ma attualmente è indicato semplicemente con la dicitura “sono ignoti effetti sfavorevoli” — L’E410 (Locust bean gum derivato dai semi di ‘Robinia Pseudoacacia’) non avrebbe effetti sfavorevoli se aggiunto in piccole quantità; addirittura “può abbassare il livello di colesterolo” — L’E414 (Acacia) è un “possibile allergene”, ma “addolcisce le irritazioni delle membrane delle mucose”. L’E415 (’Xanthan gum’, ‘Gomma Xantano’) non avrebbe “effetti sfavorevoli” — L’E440 (Pectina) solo se in grandi quantità può provocare disturbi intestinali – Il colorante azoico Rosso Allura (E129) usato in svariati prodotti, tra cui le aranciate, presenta molte perplessità ed è in via di riesame, perché può agire da allergene. In attesa di approfondimenti non sarebbe male evitarlo. Quindi non esagerare mai con le bibite ed in ogni caso occhio alle etichette! Perché non scegliere, ad esempio, le confezioni indicanti il beta carotene come colorante, che pure sono in commercio? Ovviamente, però, il colore è meno intenso.Nella figura allegata riporto le formule di struttura (classiche o tratte da presentazioni 3D) di alcune sostanze chimiche, naturali od additivate, presenti in bevande (bibite, caffè, vino), sulle quali si è appuntata l’attenzione dei ricercatori per i loro effetti sulla salute, siano essi negativi o positivi od incerti.
Si guardi la figura con le sue formule se si è interessati alla chimica di altre sostanze presenti nelle due bevande caffè e vino, sulle quali faccio varie considerazioni in relazione colla salute. Il caffè (Coffea arabica) merita un discorso particolare. È un arbusto sempreverde appartenente alla famiglia delle Rubiacee e può raggiungere anche i 10 metri di altezza. I suoi frutti sono delle drupe con due semi verdastri dai quali si ricava, generalmente dopo torrefazione, la bevanda. Le drupe non maturano mai nello stesso momento, per cui sullo stesso ramo si possono trovare contemporaneamente frutti acerbi o ciliege mature. La caffeina viene aggiunta solitamente ai soft drinks, come la Coca-Cola; ma non solo, perché si ritrova, specialmente in America, nelle caramelle di menta, nelle gomme masticanti, nei canditi e perfino nei saponi da doccia, perché si pensa che dia energia per assorbimento attraverso la pelle. La caffeina (o teina) contenuta nel caffè appartiene chimicamente al gruppo delle purine (è una trimetilxantina) e stimola non solo il sistema nervoso ed il cuore, ma anche la produzione di succhi gastrici, per cui è dannosa per chi soffre di riflusso gastroesofageo. Ha effetto psicotropico, stimola la respirazione ed ha debole azione diuretica. Le piante utilizzano la caffeina per paralizzare gli insetti che le aggrediscono. La caffeina può essere in polvere od in aghi e si ricava per l’industria farmaceutica nella fase di decaffeinazione per preparare il caffè decaffeinato. Il Brasile è il più grande produttore di caffè al mondo, seguito dal Vietnam. La storia del caffè è lunga e misteriosa. I musulmani fanno risalire il suo uso a Maometto, a cui fu offerto dall’arcangelo Gabriele per ricompensarlo delle sue fatiche. Il caffè Moka deriva il suo nome dalla cittadina dello Yemen dove gli olandesi alla fine del ’600 presero piantine di caffè che propagarono poi nelle loro colonie. Oggi Arabica è la qualità più pregiata, molto aromatica, e meno ricca di caffeina della Robusta brasiliana. Se la sua origine è etiopica e la sua diffusione è araba (all’inizio non era tostato) fu a Venezia che venne aperta la prima bottega del caffè nel 1645. Famoso fu il caffè Florian di Venezia dove si poteva incontrare Silvio Pellico, Rousseau o Byron. A Parigi nel 1686 fu aperto il caffè Procope, in seguito attivamente frequentato dai rivoluzionari. Lì si incontravano Voltaire e D’Alembert, bevitori ingordi di caffè. La bevanda ha subito alti e bassi nelle considerazioni dei governanti. Dato che alcuni scienziati nel ’600 asserirono che era dannoso e perverso (“la bevanda del diavolo”) Gustavo III di Svezia condannò a morte una persona dando l’ordine di farne bere un’enorme quantità, ma l’operazione non riuscì ed il condannato fu salvo. Napoli ha un vero culto per il caffè: i napoletani ricordano volentieri le commedie di Eduardo de Filippo con le sue “tazzulelle” e desiderano che tutti (anche i poveri) gustino questa bevanda, tanto è vero che i danarosi pagano il “caffè sospeso”, cioè un secondo caffè, che loro non bevono, ma destinano a chi non ha soldi. Ricordo anche il film del compianto Troisi (1992) “No. grazie, il caffè mi rende nervoso”. Per i raffinati esiste anche un sito ad esso dedicato: http://www.coffeegeek.com/ — In Italia facciamo il caffè in casa con la Bialetti, nome che deriva dall’inventore Alfonso Bialetti, che costruì i primi esemplari nel 1933. Quattro tazze di caffè al giorno contengono circa 300 milligrammi di caffeina; tuttavia in un individuo sano non darebbero luogo ad aritmie cardiache od ipertensione. Il caffè migliorerebbe la digestione e combatterebbe i radicali liberi per il suo alto potere antiossidante. Ridurrebbe il rischio di cirrosi e di tumore al fegato, secondo uno studio giapponese condotto su 90.000 persone. Secondo questo studio l’effetto di protezione aumenta quando si passa dalle due alle quattro tazze al giorno. La causa è da attribuire alla caffeina od agli antiossidanti contenuti nel caffè? Nuovi studi ritengono che sia la caffeina. È quanto sostengono gli studiosi del Brooklyn College dell’Università di New York che hanno arruolato 65494 “nonnetti over 65” che sono stati seguiti per nove anni, ponendo particolare attenzione al loro consumo di caffé e di bevande contenenti caffeina. Durante il follow-up 426 persone erano decedute per problemi cardiovascolari: i ricercatori hanno, quindi, incrociato i dati clinici con quelli relativi al consumo di caffeina e hanno concluso che i soggetti che avevano i valori della pressione sanguigna nella norma e che erano soliti bere regolarmente caffè o tè vedevano diminuire il loro rischio di morte cardiaca di una percentuale tra il 32 e il 53% (il valore più alto è riferito a chi assumeva quattro o più tazzine di caffè al giorno). Il motivo per il quale la caffeina svolgerebbe questa funzione salva-cuore lo ha spiegato James A. Greenberg sull’American Journal of Clinical Nutrition: assumere bevande caffeinate indurrebbe un positivo innalzamento della pressione dopo i pasti, mentre normalmente in questa circostanza la pressione tende a calare, soprattutto nelle persone anziane. Però recenti studi indicano anche che l’effetto benefico non si verifica per i giovani e per gli individui che hanno già la pressione alta. In sostanza si può allora concludere che il caffè aiuta il cuore delle persone anziane a mantenersi in forma solo se i valori della pressione si mantengono nella norma. Un’altra novità sorprendente circa l’uso del caffè è quella che si ricava da uno studio pubblicato su Diabetes Care del novembre 2006 dalla ricercatrice Besa Smith e coll. della University of California San Diego a La Jolla ed effettuato su 910 individui di ambo i sessi con più di 50 anni: il “diabete di tipo due” si era abbassato del 60% nei consumatori di caffè rispetto ai non consumatori. Il risultato si è avuto dopo 8 anni di osservazione e gli individui sottoposti all’indagine non avevano all’inizio alcun sintomo di diabete. I dati sono stati corretti tenendo conto delle variazioni a livello di attività fisica, obesità, pressione arteriosa, peso, fumo e sesso. Non sembra tuttavia che sia la caffeina responsabile di questo effetto, perché esso è stato osservato anche nei consumatori di caffè decaffeinato. Occorre vedere se ci sono ulteriori sviluppi sutale argomento. Recentissime notizie fanno tuttavia dei distinguo sul “caffè salutare” e precisamente quando si tratta di donne incinte: troppa caffeina induce l’aborto (studio danese effettuato su 80.000 donne incinte) o, secondo un altro studio non confermato, provoca la malformazione delle dita della mano o del piede del nascituro.
Altro discorso particolare richiede il vino. Questa antica bevanda ha accompagnato l’umanità per millenni, e l’Italia ne è grande produttrice (è la seconda al mondo, dopo la Francia; ma entrambe sono tallonate da California, Cile e, tra non molto, da India e Cina). Fu molto decantata dai poeti. Varrone, contemporaneo di Cicerone, nelle Satire menippee così declamava: “Vino nihil iucundius quisquam bibit: / Hoc aegritudinem ad medendam invenerunt, / Hoc hilaritatis dulce seminarium, / Hoc continet coagulum convivia.” (“Nessuno mai bevve liquore più giocondo del vino: / questo lo inventarono per guarire malattie, / questo è il dolce vivaio dell’allegria, / questo è il cemento che tiene unite le compagnie”). Giosuè Carducci nel suo Brindisi così inneggiava: “Evviva, o fratelli, / Evviva la vigna, / Il suol dove alligna, / L’umor che ella dà”. Nei tempi moderni il vino è caduto sotto il tiro dei medici, e non senza valide ragioni. Ricordiamo brevemente i danni dell’abuso di vino (e degli alcolici in genere). Quelli iniziali sono inappetenza, disturbi gastrici, voce rauca. Col progredire dell’abuso si hanno danni al fegato sino a pervenire alla cirrosi od al cancro. Una tipica manifestazione dell’interruzione dell’assunzione di alcol nei bevitori è il delirium tremens, caratterizzato da allucinazioni, soprattutto visive, e che può essere curato solo con ricovero ospedaliero. Le reazioni di demolizione più importanti dell’etanolo nel fegato sono: 1) etanolo + NAD+ —-> acetaldeide + NADH, dove NAD+ è il coenzima nicotinammideadenindinucleotide in forma ossidata (la reazione avviene in presenza dell’alcol deidrogenasi) 2) acetaldeide + NAD+ —-> acido acetico + NADH (la reazione avviene in presenza dell’aldeide deidrogenasi). L’assunzione di elevate quantità di alcol non solo dà luogo ad accumulo di acetaldeide molto tossica per le proteine, ma impedisce anche il normale funzionamento dello NAD+ nel mitocondrio. Nel mitocondrio questo coenzima abitualmente libera energia tramite reazioni di ossiriduzione, ad es. 2 NAD+ + glucosio + 2 ADP [adenosindifosfato] ——> 2 piruvato + 2 NADH + 2 ATP [adenosintrifosfato], ed infine anidride carbonica attraverso il ciclo dell’acido tricarbossilico (o TCA), (NADH è poi riossidato dall’ossigeno molecolare). Nei bevitori è la deficienza di NAD+ che porta all’accumulo dell’acetaldeide, perché quest’ultima non è più in grado di essere ossidata ad acido acetico e poi ad acetil-CoA (indicato dai biochimici anche come acetil-SCoA), essendo CoA, cofattore dell’aldeide deidrogenasi, chimicamente costituito da adenosina-3′-fosfato + acido pirofosforico + acido pantotenico + beta-mercaptoetanolammina. Una storia sull’uso smodato del vino è collegata con la morte di Alessandro Magno. Nessun personaggio ha destato tanto interesse quanto lui. Era forte e coraggioso; ma fu il vino a segnarne il destino. Gli antichi lo videro come una figura affascinante, con un volto che desta timore, come quello del mosaico di Pompei ora al Museo Nazionale di Napoli. Molti studiosi si interrogano sul segreto delle sue fortune militari e sul suo potere di coesione, realizzato in brevissimo tempo, sui popoli così diversi che aveva sottomesso. Egli era un forte bevitore, come del resto tutti i Macedoni, che non conoscevano i pericoli degli alcolici ed andavano orgogliosi di tracannarne ingenti quantitativi per dimostrare la loro forza e resistenza. Alessandro si ammalò dopo una festa, dove aveva bevuto in maniera eccessiva, quando si preparava ad invadere l’Arabia (il suo sogno, dopo l’invasione dell’Egitto e della Persia, era quello di conquistare l’Arabia per poi rivolgersi contro Cartagine e Roma). La brillante scalata del grande conquistatore fu interrotta dall’alcool, ma sembra ormai certo che fu accelerata dallo ellèboro, un vegetale il cui estratto veniva usato nell’antichità per curare l’avvelenamento da vino, ma che la scienza moderna ha dimostrato essere un veleno se usato sistematicamente in massicce quantità. La morte avvenne il 323 av. Cr., a soli trentatré anni, a Babilonia nell’antico palazzo reale di Nabucodonosor, dopo 12 giorni dall’ultima bevuta, con febbri continue. Ora però in un certo senso il vino viene rivalutato. Ovviamente rimane un punto fermo: le modiche quantità da berne (si parla di 250–300 centimetri cubici al giorno). È soprattutto il vino rosso che è stato rivalutato, perché contiene il resveratrolo, un polifenolo di cui riporto la struttura nella figura allegata. Esso trovasi nella buccia dell’uva rossa ed è un costituente del vino rosso. Secondo alcuni la sua presenza potrebbe spiegare il cosiddetto “paradosso francese”, che cioè nella Francia del Sud l’incidenza dell’infarto coronarico è relativamente bassa, malgrado l’alta assunzione di grassi saturi. Secondo uno studio dell’Università di Milano (G. Sala e coll.) il resveratrolo, come anche un analogo, il 3,5,2′,4′-tetrametossi-trans-stilbene, induce l’apoptosi delle cellule umane cancerose della prostata. Stimola la produzione di NAD e per questo motivo, unitamente alla sua capacità di superare la barriera ematoencefalica, è stato proposto, non so con quali prospettive, per curare la sclerosi laterale amiotrofica o morbo di Gehrig (Le Scienze, gen. 2008, 68). Se è vero che le prove di laboratorio hanno dimostrato che il resveratrolo può aiutare a prevenire le malattie cardiovascolari ed il cancro, non è tuttavia possibile raccomandare un uso eccessivo di vino e neanche pensare all’introduzione nell’organismo di resveratrolo sotto forma di pillole, in questo secondo caso almeno fino a quando gli studi su questa sostanza non saranno stati approfonditi in tutti i loro aspetti e conseguenze. A questo punto la cosa più saggia è quella di accontentarsi di un uso continuo, ma modesto di vino rosso. Però esiste qualche preoccupazione per eventuali sviluppi di tumori al seno della donna. A causa della somiglianza tra il resveratrolo ed il dietilstilbestrolo, un estrogeno sintetico, sono stati iniziati studi sulla potenziale attività del resveratrolo come fitoestrogeno (i fitoestrogeni stimolano la crescita di cellule cancerose del seno). In base a questa ipotesi, mentre il cancro avrebbe effetto favorevole sulla prostata impedendo negli uomini la crescita di cellule cancerose in tale organo, sarebbe deleterio nelle donne perché danneggerebbe le cellule sane del seno. Ma la cosa è ancora tutta da dimostrare. Altri studi di Roger Corder della Queen Mary’ School of Medicine di Londra avrebbero dimostrato che sono le procianidine contenute nelle bucce di uva rossa (dal punto di vista chimico si tratta di oligomeri polifenolici) a proteggere i vasi sanguigni perché inibiscono la formazione dell’endotelina-1, un peptide che provoca l’indurimento delle arterie. Un’altra notizia in favore del vino rosso: il resveratrolo ridurrebbe l’infiammazione dei polmoni in ammalati cronici di ostruzione. Detto per inciso, anche l’uva nera, il precursore del vino rosso, avrebbe effetti positivi, per la precisione tranquillanti, perché contiene elevate quantità di melatonina, l’ormone che favorisce il sonno. Una sostanza di impiego quasi universale per il vino, su cui agisce da antifermentativo impedendone soprattutto la trasformazione in acido acetico, è l’anidride solforosa (SO2, E220), spesso fornita sotto forma di metabisolfito di potassio (vedere la formula in figura). Purtroppo è stato anche stabilito che l’anidride solforosa inattiva la vitamina B1 e che interferisce con alcuni amminoacidi. Essa è perciò consentita entro determinati limiti ed è stato stabilito che, rispettando tali limiti, non si hanno effetti spiacevoli, come il mal di testa, se non si supera il mezzo litro. Tra i componenti dannosi del vino si potrebbe pensare alla presenza di tracce di etilentiourea (vedere figura) proveniente dalla demolizione spontanea sulle foglie e sul frutto degli etilenbisditiocarbammati usati come fungicidi (od anticrittogamici, ad es. il Mancozeb) per combattere la peronospora della vite. Secondo alcuni questo è un problema, perché l’etilentiourea ha mostrato in quantità massicce proprietà dannose sugli animali da esperimento, agendo sulla tiroide (produce il gozzo) ed avendo anche proprietà carcinogene e teratogene. Particolare attenzione dovrebbe essere quindi rivolta alle donne incinte, che durante la gravidanza dovrebbero mangiare e bere cibi e bevande solo biologici. Il vino biologico, attualmente prodotto soprattutto da aziende agricole italiane specializzate, impiega come fungicida composti inorganici del rame. Il solfato di rame infatti, in forma di poltiglia bordolese (una miscela di solfato di rame ed idrossido di calcio), era stato usato per combattere la peronospora sin dalla fine dell’Ottocento, dopo che la malattia aveva preso il via in Francia (nel 1878) e poi in Italia, sbarcando dagli USA. Il rame d’altronde è un oligoelemento (fa parte di enzimi respiratori ed è contenuto, tra l’altro nelle frattaglie, nelle noci e nei legumi). Tramite i cibi di esso ne assumiamo circa 25 mg al giorno. Circa l’azione degli etilenbisditiocarbammati sulla salute c’è anche da aggiungere che, se è certo che nei ratti sia maschi che femmine la funzione tiroidea è sostanzialmente affetta per 1000 mg/kg nella dieta, è confortante il risultato che per 100 mg/kg non si notano effetti negativi. Sono pure confortanti le conclusioni degli studi epidemiologici condotti sul personale dell’industria della gomma, nella quale l’etilentiourea era stata impiegata nel passato, studi che non hanno dato luogo a maggiori incidenze per il cancro alla tiroide (conclusioni di WHO Expert Group on Pesticide Residues Rome, 6-15 October 1980). D’altronde non è neanche certo che esistano nel vino quantità significative di etilentiourea, il principale prodotto di decomposizione dei tiocarbammati di cui sopra (intendo a livelli inferiori a 0,01 mg/kg). Lo stesso dicasi di altri prodotti di decomposizione lievemente solubili, come l’idantoina e l’etilendiamina. Come si può chiaramente vedere, al giorno d’oggi medici e ricercatori raffreddano molto l’entusiasmo che ha accompagnato il vino nei secoli, anche se non ne escludono certe virtù; ma invitano a mantenersi prudenti verso di esso oltre che per la quantità, anche per la qualità.

- Parliamo ora di cibi, soprattutto della loro contaminazione.
Il mercurio negli alimenti produce instabilità neurologica e disturbi emotivi. I pesci grandi come il tonno ed il pesce spada contengono molto più mercurio dei piccoli. Da preferire il pesce persico e le triglie. Il merluzzo è a metà strada, per cui lo si consiglia, però. non abusandone. Si può mangiare con relativa sicurezza, per quanto riguarda l’inquinamento da mercurio, la platessa. L’erbicida glifosato (glyphosate), struttura qui accanto) può essere presente in tracce nei cibi. È vero che provoca il cancro? Secondo alcune ricerche probabilmente è cancerogeno, secondo altre non lo è. L’Europa segue questa seconda soluzione per cui è restia a farlo bandire. Europe stalls weed killer renewal, again _ Science _ AAAS.htm.   Il Teflon (tetrafluoroetilene, per lungo tempo è stato impiegato per le padelle prima che si riconoscesse la pericolosità dello strato antiaderente.. Il responsabile vero è un additivo che si usava per rendere possibile la realizzazione di detto strato. Esso è il PFOA (acido perfluorottanico), la cui formula è qui accanto assieme a quella del teflon). Oggi si usa un rivestimento in ceramica che è dato come sicuro. Ma altri consigliano padelle in vetro Pyrex (però non adatte per fornello, ma solo per forno) od il titanio naturalmente antiaderente. Benèfici alla salute sarebbero invece i semi di anguria. C’è chi consiglia di mangiarli. Essi, oltre ad essere ricchi di proteine, contengono grassi polinsaturi che combattono il colesterolo LDL. Analoga funzione ha la crusca di avena che è consigliata per lo stesso scopo dai dietisti per la colazione mattutina assieme ad una tazza di latte e soia. (NOTA 1)

SEGNALA UN ERRORE OD UN’INESATTEZZA—————————————————————————–

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NOTA 1 – settembre 2017
Acque e cibi (uova, carni, pesci e ortaggi )contaminati oltre i limiti dai PFAS (sostanze perfluoro-alchiliche, impermeabilizzanti presenti per esempio in Goretex e Teflon), e soprattutto dal PFOS (formula accantto), responsabili di malattie tumorali e di aumento di pressione e colesterolo, sono stati scoperti in Veneto.  Il problema è in mano all’Istituto Superiore di Sanità ed all’UE.   Veneto, sostanze tossiche negli alimenti_ _Prime analisi confermano pericolo_ – Il Fatto Quotidiano.htm